martedì 12 febbraio 2013

Prega per il nostro fratello Redento, Don Candido

ERA IL PRETE PIU' ANZIANO DELLA DIOCESI
(fonte:portale della Diocesi di Udine)
Si è spento mons. Redento Bello   versione testuale
Partigiano, sfuggì per caso alla strage di Porzûs e fu tra i protagonisti del processo di pacificazione tra le diverse anime della Resistenza in Friuli

UDINE (12 febbraio, ore 9.45) - È morto ieri sera, presso la Fraternità sacerdotale, mons. Redento Bello, 99 anni (era il prete più anziano della diocesi), una delle figure di spicco del clero friulano.
Protagonista e testimone diretto della storia dei nostri giorni, mons. Redento Bello è nato a Silvella, in comune di Fagagna, il 14 giugno 1913. Ordinato sacerdote nel 1937, si è subito trovato in mezzo ad una guerra assurda e terribile, una guerra che ha coinvolto tutti, soldati e civili, uomini e donne, giovani e vecchi, una guerra che ha distrutto il tessuto stesso della società umana, che ha bruciato testimonianze di civiltà secolari.

Dopo essere stato cappellano militare in un piccolo ospedale da campo a Caporetto, nell'ottobre 1940 fu assegnato al 31º Reggimento di fanteria e spedito sul fronte albanese; da lì passò in Grecia e poi nell'isola di Creta, dove visse la tragedia di quella terra con la profonda sensibilità di chi si sente fratello di tutti. L'annuncio della firma dell'armistizio fu appreso da don Bello a Silvella di Fagagna, dove era ritornato da poco in licenza premio. Alcuni giorni dopo l'8 settembre incontrò ad Udine don Aldo Moretti, un sacerdote che nella Resistenza friulana ha svolto un ruolo di primissimo piano. Fu proprio don Moretti che lo invitò ad unirsi ai giovani che già erano saliti in montagna, che vivevano nei boschi tra Cividale e Gemona, preparandosi a combattere per un mondo più umano, più giusto, più libero. Don Redento si trasferì, così, a Flaipano, sopra Tarcento, dove ebbe come base per i suoi spostamenti la canonica del paese. Qui cominciò ad incontrare i ragazzi che vivevano in clandestinità nelle case sperdute lungo i crinali dei monti ed a prendere contatto con i gruppetti che preferivano rimanere nascosti nel folto dei boschi.
 
Continuò ad operare in quella zona fino alla fine di novembre, poi ritornò in pianura dove, con l'aiuto di un ufficiale degli alpini che si era dato alla macchia, cominciò ad organizzare le prime formazioni partigiane nel territorio di Fagagna. In seguito, diventato ufficialmente "cappellano" di Carlino, anche se in realtà non aveva ricevuto dall'Arcivescovo mons. Nogara nessun decreto per quell'incarico e l'attività che doveva svolgere era di ben altra natura, don Bello cominciò a girare in lungo e in largo nei centri della Bassa chiedendo ai parroci nomi di uomini su cui poter fare affidamento. In breve tempo riuscì a costituire un gruppo di circa 300 persone, la maggior parte delle quali non era legata ad alcun partito, voleva, però, riscattare la nostra dignità di popolo, rendere concreto un sogno chiamato "libertà".

In ogni paese c'erano squadre di tre, quattro uomini, che non conoscevano gli altri, pur sapendo della loro esistenza: ci pensava don Bello a tenere le fila e a coordinare le operazioni: sabotaggi, prelevamenti di armi, di viveri, di denaro, raccolta di informazioni, segnalazioni di movimenti di truppe o di persone sospette erano all'ordine del giorno. Punto di riferimento a Udine era sempre don Moretti! L'organizzazione clandestina, che ancora non si era data una struttura organica precisa, alla fine del 1943 poteva disporre di oltre un migliaio di uomini. Raggiunta l'unità dei vari reparti, la nuova formazione fu chiamata "Osoppo", in ricordo del paese dove nel 1848 gli italiani avevano resistito strenuamente all'assedio austriaco, il cappello d'alpino ed il fazzoletto verde al collo diventarono la divisa del gruppo.

Intanto, sempre più numerosi erano i giovani che andavano ad ingrossare le file partigiane, soprattutto sui monti della Slavia friulana. A rendere nella nostra regione più doloroso che altrove il dramma della Resistenza, aveva concorso, oltre all'occupazione tedesca, il concreto pericolo delle rivendicazioni territoriali avanzate dalle forze partigiane slave. Verso il mese di luglio del 1944 anche don Bello, o meglio don "Candido" come era chiamato in clandestinità, raggiunse le malghe sopra Porzus, dove si trovava il Comando della 1ª brigata "Osoppo".

Due piccoli edifici con i muri di pietra tirati su quasi a secco, il soffitto bassissimo, un tavolo di sasso all'aperto, il selciato intorno. All'interno c'era la piccola cucina con il "fogolâr", in uno sgabuzzino l'altare su cui don "Candido" celebrava la Messa ogni mattina. Lassù egli era il cappellano militare, ma anche l'addetto alla compilazione del diario, nelle sue mani passavano tutte le relazioni del Gruppo Brigate dell'Est, era perciò addentro a tutto ciò che riguardava la formazione "Osoppo". Davanti a quelle malghe, imbiancate di neve fresca, il 7 febbraio 1945, il presidio osovano venne annientato, "soffocato nel sangue da fraterna mano assassina", come si legge sulla lapide posta a ricordo. Don "Candido" quel giorno non era lassù, da tempo era sceso in pianura per ricollegare gruppi di sbandati, non ha, però, mai dimenticato quei ragazzi sacrificati sull'altare dell'ideologia, pedine di un gioco terribile in una partita di politica internazionale.

Ha sempre difeso la loro memoria contro i dubbi, le speculazioni imbastite intorno a questa pagina tragica della nostra Storia, si è battuto per ottenere giustizia per le vittime, per fare chiarezza su uno degli episodi più oscuri della Resistenza friulana. Anche se il tempo scolora i ricordi della guerra, mons. Bello ha commemorato ogni anno il sacrificio di quelle giovani vite. Dopo aver vissuto in prima linea una guerra che ha portato solo morte e sangue, don Bello ha saputo riprendersi e ricominciare, scegliendo la via dell'amore e della tolleranza.
Diventato direttore delle Arti Grafiche Friulane, ha sviluppato l'editoria con particolare attenzione alle pubblicazioni di cultura e di storia friulana. Attualmente era canonico del Capitolo della Cattedrale. Storico fu, nel 2001, il suo bacio con Vanni Padoan, commissario politico della divisione Garibaldi-Natisone.
 

Nessun commento:

Posta un commento