◊ Papa Francesco ha ricevuto in udienza
padre Josè Maria Di Paola,
conosciuto da tutti come “padre Pepe”. Il sacerdote argentino che vive
in una delle favelas di Buenos Aires, ha portato avanti il suo impegno
per gli emarginati nonostante pesanti minacce di morte da parte dei
narcotrafficanti che il sacerdote ha denunciato con coraggio.
Luca Collodi ha intervistato "padre Pepe" dopo l’incontro con il Papa:
D. - Padre Pepe, come ha trovato Papa Francesco?
R.
- La verità è che è stato un incontro molto emozionante per me. Non lo
vedevo da quando è andato via da Buenos Aires. Per me è strano vederlo
così, ma nello stesso tempo veramente è stato molto emozionante vederlo
come Papa. Sta molto bene. L’ho visto con molta energia e con molta
forza. Ringiovanito. Così tornerò in Argentina molto contento, perché
sebbene sia grande la responsabilità che ha di guidare la Chiesa, lo
vedo con la forza necessaria per farlo.
D. - Papa Francesco ha nostalgia dell’Argentina e di Buenos Aires?
R.
- Credo di no. Credo che lui sa qual è il suo presente. Ho portato il
thermos, ho portato il mate e l’abbiamo bevuto. Lui è contento quando si
parla di Buenos Aires e dell’Argentina, però sa che il suo presente è
qui, al servizio di tutta la gente. Di questo è consapevole, ma
certamente non dimentica le sue radici.
D. - Da arcivescovo di Buenos Aires a pastore della Chiesa Universale. Come è cambiato Papa Bergoglio ?
R.
- Fondamentalmente lo vedo uguale. Anche da come ci riceve, perché
quando andavamo alla curia di Buenos Aires ci veniva incontro con
semplicità. Aveva una scrivania e nient’altro e poi ci accompagnava
personalmente per salutarci. Questa semplicità si vede anche in
Vaticano. Continua ad essere lo stesso uomo, cioè non un principe della
Chiesa ma un servitore della Chiesa. E questa caratteristica è sempre
stata molto presente nella sua persona. Questo è ciò che ci ha sempre
incoraggiato. Vedo anche che c’è una continuità, perché pensa in modo
permanente alle persone, specialmente quelle più bisognose, e vuole
avere un rapporto molto vicino con loro. Ecco, in sostanza, lo vedo
uguale e con molta energia, con molta voglia di fare. Lo vedo veramente
rivitalizzato.
D. - Ha portato al Papa molte lettere, anelli e rosari da benedire. La gente lo ricorda con affetto a Buenos Aires?
R.
- Sì, ho portato tante cose senza aver fatto alcuna pubblicità. La
gente che veniva a sapere della mia visita al Papa mi diceva: “Questo è
per Papa Francesco”. Ho portato al Papa lettere di gente malata, libri,
tra cui il libro che ha fatto il "Gruppo di recupero" di
tossicodipendenti delle "villas" che ha compiuto 5 anni: infatti, non si
dimenticano che lui ne è stato il fondatore, perché ha lavato i piedi,
il Giovedì Santo di 5 anni fa, a 12 giovani. E ho portato le lettere di
due di questi giovani a cui, l’allora arcivescovo Bergoglio, ha lavato i
piedi e che oggi hanno una vita nuova, un lavoro, la loro famiglia, e
sono eternamente grati al Papa. Per questo volevamo che Francesco
ricevesse questo libro, il primo numero uscito dalla stampa, ancora
fresco di inchiostro. Certo, ho portato tante altre cose e credo che in
quella valigia ci fossero tanti sentimenti di tanta gente.
D. - Il Papa continua a seguire il lavoro che fate nella periferia di Buenos Aires con i giovani?
R.
- Lui vuole che noi continuiamo a lavorare. Credo veramente che il modo
migliore di servire il Papa da parte nostra sia quello di essere fedeli
al suo lavoro, come prima. E anche di contribuire, con la nostra gente e
l’esperienza maturata con il Papa, ad incoraggiare altri sacerdoti a
vivere nelle periferie. Sappiamo che sono in tanti a farlo in diverse
parti del mondo, però bisogna incoraggiarli, perché è una testimonianza
evangelica per tutti. Non solo per chi vive nella periferia, ma anche
per chi ci va. Può essere un’unione di due mondi che ogni tanto sono
separati a causa della società materialista e individualista. Bergoglio,
quando era a Buenos Aires, guardava la città dalla periferia. Questo
sguardo di Bergoglio è il grande contributo alla Chiesa di Buenos Aires.
D.
- Padre Pepe, ha portato una maglietta, “una camiseta”, dell’Atletico
Huracàn al Papa. Ma il Papa come ha reagito, essendo della squadra
concorrente del San Lorenzo? L’ha ricevuta con sportività?
R. -
Sì, la sua generosità è arrivata anche lì. Ha accettato la maglietta
dell’Huracàn, che è la squadra concorrente del San Lorenzo, un rivale
eterno. E sempre, in Argentina, i tifosi dell’Huracàn e del San Lorenzo
discutono: sono rivali! E da quando è diventato Papa, ci sono ovunque
bandiere del San Lorenzo, magliette del San Lorenzo e, ciò mi dà un po’
di fastidio. Allora, la dirigenza dell’Huracàn mi ha detto: “Pepe tu che
sei dell’Huracàn, perchè non porti al Papa qualcosa di nostro, la
maglietta, una lettera?”. Così ho portato al Papa la maglietta della
squadra "migliore"...
D. - Il Papa, come sportivo, è anche un intenditore di calcio, di tecnica e di tattica di calcio?
R. - Sì, e l’applica alla Chiesa. Il Papa è un bravo direttore tecnico...