Fatti, scritti, immagini, video riguardanti i paesi della Bassa vicini a San Giorgio di Nogaro
sabato 1 febbraio 2014
mercoledì 29 gennaio 2014
La Comunità ha presentato ricorso in appello contro la sentenza
Il Consiglio di Stato: il Comune di Marano deve gestire la laguna
È l’unica autorità che può decidere in materia di usi civici. «Inammissibile il ricorso presentato dalla Comunità»
lunedì 27 gennaio 2014
Messaggero Veneto: 23 comuni pe la TAV
Tav, vertice di sindaci
friulani e veneti
A Torviscosa riunione di 23 Comuni Fvg interessati al tratto Isonzo-Tagliamento. Benigno: «Sdoppiamento dei tracciati»
venerdì 24 gennaio 2014
giovedì 23 gennaio 2014
India, violenza anticristiana
ASIA/INDIA - Oltre 4.000 casi di violenza anticristiana: il “Rapporto sulle persecuzioni” presentato ai Vescovi
Mumbai (Agenzia Fides) – Sono oltre 4.000 casi di violenza anticristiana registrati nel 2013, operati soprattutto da gruppi estremisti indù attivi nel paese. Gli episodi includono l’omicidio di 7 fedeli, fra cui un minore; abusi e percosse su 1.000 donne, 500 bambini e circa 400 preti di diverse confessioni; attacchi a oltre 100 chiese e luoghi di culto cristiano. Sono le cifre contenute nel nuovo “Rapporto sulle persecuzioni 2013” elaborato da un forum di enti e organizzazioni cristiane nella società civile indiana, e inviato all’Agenzia Fides.
Il Rapporto è stato presentato nei giorni scorsi al Card. Oswald Gracias, Arcivescovo di Bombay e presidente della Conferenza Episcopale dell’India. Come riferito a Fides, Il documento è stato redatto grazie alla collaborazione fra le associazioni “Catholic Secular Forum” (CSF), “All India Christian Council”, “Evangelical Fellowship of India”, “Global Council of Indian Christians”, “World Watch Monitor”. Hanno consegnato il Rapporto ai Vescovi i due laici cattolici Joseph Dias e il giudice Michael Saldanha, rispettivamente Segretario e presidente di CSF.
Sui 4.000 incidenti, documentati in modo dettagliato nel testo inviato a Fides, oltre 200 sono gravi casi di persecuzione avvenuti soprattutto in alcuni stati: spiccano il Karnataka dove, nonostante il cambio di governo, la persecuzione cristiana è più diffusa; e il Maharashtra che “sembra essere il prossimo laboratorio dell’estremismo indù” nota il testo. Altri stati nella “top-ten” delle persecuzioni sono: Andra Pradesh, Chhattisgarh, Gujarat, Orissa, Madhya Pradesh, Tamil Nadu, Kerala.
Il Rapporto esamina anche le falle nel sistema giuridico indiano, che permettono la diffusione delle violenze e l’impunità dei colpevoli. Le leggi “sotto accusa” sono l’Ordine presidenziale del 1950, che nega ai dalit cristiani e di altre minoranze i diritti riconosciuti ai dalit indù; le leggi anti-conversione, in vigore in sette stati indiani come Orissa, Arunachal Pradesh, Madhya Pradesh (dove le pene sono state inasprite), Rajasthan, Gujarat, Chhattisgarh, Himachal Pradesh.
Il Rapporto rileva che una legge globale per fermare la violenza, presentata lo scorso anno, resta ferma in Parlamento, che non l’ha ancora esaminata e discussa. Nella maggior parte di casi esaminati, “la polizia rifiuta di registrare le denunce” e i mass media indiani omettono di riportare e le notizie o le minimizzano, conclude il testo. (PA) (Agenzia Fides 23/1/2014)
Il Rapporto è stato presentato nei giorni scorsi al Card. Oswald Gracias, Arcivescovo di Bombay e presidente della Conferenza Episcopale dell’India. Come riferito a Fides, Il documento è stato redatto grazie alla collaborazione fra le associazioni “Catholic Secular Forum” (CSF), “All India Christian Council”, “Evangelical Fellowship of India”, “Global Council of Indian Christians”, “World Watch Monitor”. Hanno consegnato il Rapporto ai Vescovi i due laici cattolici Joseph Dias e il giudice Michael Saldanha, rispettivamente Segretario e presidente di CSF.
Sui 4.000 incidenti, documentati in modo dettagliato nel testo inviato a Fides, oltre 200 sono gravi casi di persecuzione avvenuti soprattutto in alcuni stati: spiccano il Karnataka dove, nonostante il cambio di governo, la persecuzione cristiana è più diffusa; e il Maharashtra che “sembra essere il prossimo laboratorio dell’estremismo indù” nota il testo. Altri stati nella “top-ten” delle persecuzioni sono: Andra Pradesh, Chhattisgarh, Gujarat, Orissa, Madhya Pradesh, Tamil Nadu, Kerala.
Il Rapporto esamina anche le falle nel sistema giuridico indiano, che permettono la diffusione delle violenze e l’impunità dei colpevoli. Le leggi “sotto accusa” sono l’Ordine presidenziale del 1950, che nega ai dalit cristiani e di altre minoranze i diritti riconosciuti ai dalit indù; le leggi anti-conversione, in vigore in sette stati indiani come Orissa, Arunachal Pradesh, Madhya Pradesh (dove le pene sono state inasprite), Rajasthan, Gujarat, Chhattisgarh, Himachal Pradesh.
Il Rapporto rileva che una legge globale per fermare la violenza, presentata lo scorso anno, resta ferma in Parlamento, che non l’ha ancora esaminata e discussa. Nella maggior parte di casi esaminati, “la polizia rifiuta di registrare le denunce” e i mass media indiani omettono di riportare e le notizie o le minimizzano, conclude il testo. (PA) (Agenzia Fides 23/1/2014)
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mercoledì 22 gennaio 2014
Due post in uno solo nel giorno di Ginevra 2
ASIA/SIRIA - Ginevra 2: il Jesuit Refugee Service chiede una soluzione negoziata e più sostegno ai profughi
Damasco (Agenzia Fides) – Fare pressioni sul governo siriano e sull’opposizione per un cessate il fuoco immediato e una soluzione negoziata; consentire l’accesso e l’opera delle organizzazioni umanitarie sul terreno; aumentare il sostengo finanziario per i profughi: sono le raccomandazioni che il “Jesuit Refugee Service” (Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati) invia alla comunità internazionale, alla vigilia della Conferenza di Ginevra 2, al via oggi, che cercherà una soluzione per la crisi siriana.
Il prezioso servizio del “Jesuit Refugee Service” (JRS) in Siria si concentra principalmente su due fronti: aiuti di emergenza per i più bisognosi e attività educative. Tali sforzi intendono favorire la riconciliazione e migliorare la convivenza tra persone di diversa estrazione socio-economica e di fede. Attualmente, il JRS in Siria offre supporto educativo e psicosociale a 9.800 fra bambini e donne. In totale, circa 200.000 persone sono aiutati dal JRS a Damasco, Homs, Aleppo e nelle zone costiere della Siria.
In una nota invita a Fides, il JRS, invita la comunità internazionale a “dare priorità a sforzi diplomatici per concordare una tregua e raggiungere una soluzione negoziata del conflitto. Questo processo – si afferma – deve includere la significativa partecipazione di gruppi della società civile siriana, al di là delle differenze sociali, religiose ed etniche”. Inoltre, prosegue il testo, “bisogna fare pressione sui belligeranti perché consentano le operazioni umanitarie e tutelino personale impegnato nell’assistenza”. Il JRS chiede “di aumentare le risorse finanziarie destinate alle iniziative umanitarie e che i paesi ospitanti cooperino con le autorità per contrastare la crescente discriminazione e xenofobia”. (PA) (Agenzia Fides 22/1/2014)
Il prezioso servizio del “Jesuit Refugee Service” (JRS) in Siria si concentra principalmente su due fronti: aiuti di emergenza per i più bisognosi e attività educative. Tali sforzi intendono favorire la riconciliazione e migliorare la convivenza tra persone di diversa estrazione socio-economica e di fede. Attualmente, il JRS in Siria offre supporto educativo e psicosociale a 9.800 fra bambini e donne. In totale, circa 200.000 persone sono aiutati dal JRS a Damasco, Homs, Aleppo e nelle zone costiere della Siria.
In una nota invita a Fides, il JRS, invita la comunità internazionale a “dare priorità a sforzi diplomatici per concordare una tregua e raggiungere una soluzione negoziata del conflitto. Questo processo – si afferma – deve includere la significativa partecipazione di gruppi della società civile siriana, al di là delle differenze sociali, religiose ed etniche”. Inoltre, prosegue il testo, “bisogna fare pressione sui belligeranti perché consentano le operazioni umanitarie e tutelino personale impegnato nell’assistenza”. Il JRS chiede “di aumentare le risorse finanziarie destinate alle iniziative umanitarie e che i paesi ospitanti cooperino con le autorità per contrastare la crescente discriminazione e xenofobia”. (PA) (Agenzia Fides 22/1/2014)
ASIA/SIRIA - I curdi proclamano un governo autonomo nel nord-est siriano. Tre cristiani tra i 20 ministri
Qamishli (Agenzia Fides) – Alla vigilia della Conferenza internazionale sulla Siria convocata a Ginevra, i curdi siriani hanno compiuto un passo avanti verso la creazione di una entità politica autonoma nel nord-est del Paese, annunciando la formazione di un governo autonomo composto da 20 ministri. Secondo fonti locali consultate dall'Agenzia Fides, nella nuova compagine governativa sono stati arruolati anche tre ministri cristiani siri, ai quali sono stati affidati i dicasteri dell'economia, della programmazione degli enti municipali e della commissione per i diritti umani. Il governo, presieduto da Akram Hissou, opererà dalla città di Qamishli e eserciterà la sua autorità in un'area che comprende anche la città di Hassakè.
Il nuovo organismo politico comprende i ministeri degli esteri, della giustizia, della difesa e dell'educazione e ha annunciato di voler indire elezioni politiche entro quattro mesi. Esso appare dominato dal Partito curdo di Unione democratica (Pyd), la formazione curda prevalente in territorio siriano e allineata con il Pkk, il Partito che sostiene le istanze autonomiste curde in Turchia.
Con l'operazione in atto, si consolida il predominio delle formazioni politiche e militari curde operanti nella regione della Siria dove la maggioranza della popolazione appartiene alla componente etnica curda. Nei giorni scorsi era stata respinta la richiesta dei curdi vicini al Pyd di partecipare con una propria delegazione alla conferenza di Ginevra 2 per poter esprimere le proprie attese sul futuro della Siria. (GV) (Agenzia Fides 22/1/2014).
Il nuovo organismo politico comprende i ministeri degli esteri, della giustizia, della difesa e dell'educazione e ha annunciato di voler indire elezioni politiche entro quattro mesi. Esso appare dominato dal Partito curdo di Unione democratica (Pyd), la formazione curda prevalente in territorio siriano e allineata con il Pkk, il Partito che sostiene le istanze autonomiste curde in Turchia.
Con l'operazione in atto, si consolida il predominio delle formazioni politiche e militari curde operanti nella regione della Siria dove la maggioranza della popolazione appartiene alla componente etnica curda. Nei giorni scorsi era stata respinta la richiesta dei curdi vicini al Pyd di partecipare con una propria delegazione alla conferenza di Ginevra 2 per poter esprimere le proprie attese sul futuro della Siria. (GV) (Agenzia Fides 22/1/2014).
domenica 19 gennaio 2014
sabato 18 gennaio 2014
La diversità è possibile
ASIA/INDONESIA - Violenza religiosa sempre più diffusa in Indonesia
Giacarta (Agenzia Fides) – L’intolleranza e la violenza su base religiosa sono sempre più diffuse nel territorio indonesiano: nel 2013 si sono verificati 222 episodi di violenza, che hanno avuto luogo in 20 province, 7 in più rispetto alle 13 province interessate nel 2012. Lo afferma un nuovo rapporto del “Setara Institute”, centro studi con sede a Giacarta, che conduce ricerche e campagne di sensibilizzazione per la democrazia, i diritti umani, la libertà religiosa. Nel nuovo rapporto inviato all’Agenzia Fides, titolato “La diversità è possibile”, l’Istituto nota che, pur essendo diminuiti del 16% nel loro computo complessivo, i casi di violenza per motivi religiosi sono più estesi a livello territoriale.
L’Istituto nota che è urgente risalire e sradicare le cause della violenza religiosa, ricordando che, nella mentalità comune del popolo indonesiano, i cittadini “accettano e apprezzano la diversità” culturale, etnica e religiosa che caratterizza la nazione. Secondo l’Istituto, “la maggiore diffusione della violenza è dovuta alla risposta lenta e inadeguata del governo” che non prende misure serie per contrastare i gruppi integralisti islamici.
Per quanto riguarda gli autori delle violenze, il noto gruppo musulmano radicale “Islamic Defenders Front” (FPI) è stato responsabile di 16 incidenti, mentre ai giovani affiliati al “Consiglio degli Ulema” indonesiani sono attribuite 14 violazioni. Le violenze, nota il Rapporto, sono cresciute in special modo contro i musulmani sciiti, ma anche contro le altre minoranze, come i cristiani. Nel 2013 anche il “Wahid Institute”, altro noto centro studi, ha affermato che “l’intolleranza religiosa resta un problema serio in Indonesia”.
Di fronte a tale situazione, la società civile indonesiana cerca di lanciare messaggi di altra natura: il 5 gennaio scorso oltre 130mila persone, soprattutto insegnanti, educatori, studenti, membri di diverse comunità religiose, hanno sfilato per le strade della capitale Giacarta, per ribadire il desiderio di tolleranza religiosa e rispetto dei diritti umani. Il corteo ha celebrato la prima “Giornata per l’Armonia religiosa” nazionale, organizzata dal Ministero federale degli Affari religiosi. La speciale Giornata è stata celebrata con marce o iniziative culturali in 17 province dell’arcipelago.
L'Indonesia è il paese musulmano più popoloso al mondo, con l'80% di fedeli musulmani su oltre 240 milioni di abitanti. I cristiani sono circa l'11%. (PA) (Agenzia Fides 18/1/2014)
L’Istituto nota che è urgente risalire e sradicare le cause della violenza religiosa, ricordando che, nella mentalità comune del popolo indonesiano, i cittadini “accettano e apprezzano la diversità” culturale, etnica e religiosa che caratterizza la nazione. Secondo l’Istituto, “la maggiore diffusione della violenza è dovuta alla risposta lenta e inadeguata del governo” che non prende misure serie per contrastare i gruppi integralisti islamici.
Per quanto riguarda gli autori delle violenze, il noto gruppo musulmano radicale “Islamic Defenders Front” (FPI) è stato responsabile di 16 incidenti, mentre ai giovani affiliati al “Consiglio degli Ulema” indonesiani sono attribuite 14 violazioni. Le violenze, nota il Rapporto, sono cresciute in special modo contro i musulmani sciiti, ma anche contro le altre minoranze, come i cristiani. Nel 2013 anche il “Wahid Institute”, altro noto centro studi, ha affermato che “l’intolleranza religiosa resta un problema serio in Indonesia”.
Di fronte a tale situazione, la società civile indonesiana cerca di lanciare messaggi di altra natura: il 5 gennaio scorso oltre 130mila persone, soprattutto insegnanti, educatori, studenti, membri di diverse comunità religiose, hanno sfilato per le strade della capitale Giacarta, per ribadire il desiderio di tolleranza religiosa e rispetto dei diritti umani. Il corteo ha celebrato la prima “Giornata per l’Armonia religiosa” nazionale, organizzata dal Ministero federale degli Affari religiosi. La speciale Giornata è stata celebrata con marce o iniziative culturali in 17 province dell’arcipelago.
L'Indonesia è il paese musulmano più popoloso al mondo, con l'80% di fedeli musulmani su oltre 240 milioni di abitanti. I cristiani sono circa l'11%. (PA) (Agenzia Fides 18/1/2014)
Le difficoltà dell'Aussa Corno
Aussa Corno, appello urgente alla Regione
San Giorgio di Nogaro, i soci della Ziac si rivolgono al vicepresidente Bolzonello. Fontanini: incombono pesanti incertezze
venerdì 17 gennaio 2014
La tortura dei prigionieri, in particolare dei detenuti per motivi religiosi e politici, c'è ancora
ASIA/VIETNAM - Campagna per abolire la tortura, usata spesso su detenuti per motivi religiosi e politici
Hanoi (Agenzia Fides) – La tortura dei prigionieri, in particolare dei detenuti per motivi religiosi e politici, è ancora ampiamente diffusa in Vietnam. Nel 2013, la tortura subìta da persone detenute per le loro convinzioni morali, politiche o di coscienza ne ha provocato, in diversi casi, la morte. Lo denuncia “Christian Solidarity Worldwide” (CSW) l’Ong cristiana, con sede a Londra, lanciando oggi una nuova campagna per abolire la tortura in Vietnam. Secondo una nota pervenuta a Fides, la campagna di richiede “un trattamento umano dei detenuti e dei prigionieri in Vietnam e l'eliminazione della pratica della tortura e di altri abusi nelle carceri, dei distretti di polizia, nei centri di rieducazione e in altri luoghi di detenzione”.
Una campagna per abolire la tortura in Vietnam richiede tappe specifiche che mostrino i progressi dal governo per eliminarla. Tali passi, sostiene CSW, sono: l’immediata ratifica della Convenzione contro la tortura; la ratifica della convezione internazionale contro il lavoro forzato; l’adozione di provvedimenti legislativi ad hoc per abolire tale pratica.
Nella nota inviata a Fides, Mervyn Thomas, Direttore di CSW, spiega: “Nel 2013 il Vietnam è stato eletto nel Consiglio Onu dei diritti umani e ha firmato la Convenzione contro la tortura e altri trattamenti crudeli, inumani o degradanti. Se ne attende la ratifica. Quest'anno il governo ha l’opportunità di dimostrare un vero e proprio impegno per la promozione e la tutela dei diritti sanciti dalla Convenzione internazionale sui diritti civili e politici”. (PA) (Agenzia Fides 17/1/2014)
Una campagna per abolire la tortura in Vietnam richiede tappe specifiche che mostrino i progressi dal governo per eliminarla. Tali passi, sostiene CSW, sono: l’immediata ratifica della Convenzione contro la tortura; la ratifica della convezione internazionale contro il lavoro forzato; l’adozione di provvedimenti legislativi ad hoc per abolire tale pratica.
Nella nota inviata a Fides, Mervyn Thomas, Direttore di CSW, spiega: “Nel 2013 il Vietnam è stato eletto nel Consiglio Onu dei diritti umani e ha firmato la Convenzione contro la tortura e altri trattamenti crudeli, inumani o degradanti. Se ne attende la ratifica. Quest'anno il governo ha l’opportunità di dimostrare un vero e proprio impegno per la promozione e la tutela dei diritti sanciti dalla Convenzione internazionale sui diritti civili e politici”. (PA) (Agenzia Fides 17/1/2014)
Archivio dell’Azienda Agricola Torvis: si aprono gli archivi
Torviscosa apre gli archivi
e rilegge la sua storia
Il Comune farà il punto sabato sui tanti documenti e sulle immagini inediti E prepara le prime esposizioni
mercoledì 15 gennaio 2014
Diritti umani: violazioni in Pakistan
ASIA/PAKISTAN - Violazione dei diritti fondamentali dell’uomo: rapimenti, uccisioni e mutilazioni
Quetta (Agenzia Fides) – Si sono recentemente verificati in alcune vittà del Beluchistan, gli ennesimi episodi di violazione dei diritti umani. Secondo quando riporta la Baloch Human Rights Organisation, organizzazione per i diritti umani, le forze di sicurezza hanno rapito e ucciso cinque persone, tra queste un ragazzo di 10 anni. Nel corso di una manifestazione, i rappresentanti dell’organizzazione hanno lanciato il loro monito agli organismi internazionali a tutela dei diritti umani perché prendessero atto del crudele omicidio di quattro vittime innocenti a Dera Bugti e di un bambino a Turbat. Sostengono che, dopo averli uccisi le forze armate abbiano gettato i corpi mutilati in varie zone. L’organizzazione ha riferito che gli ultimi casi di violazione dei diritti umani da parte delle forze di sicurezza hanno dimostrato una totale mancanza di rispetto dello stato di diritto e dei diritti fondamentali dei cittadini. (AP) (15/1/2014 Agenzia Fides)
sabato 11 gennaio 2014
Mezza Maratona Perugia Assisi
Maratona Perugia-Assisi: da Corso Vannucci con l'arrivo a Santa Maria degli Angeli
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Maratona Perugia-Assisi: da Corso Vannucci a Santa Maria degli Angeli...tutto di corsa
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Porto Nogaro: calo
Porto Nogaro, traffici
in calo del 30%
San Giorgio, il crollo per i mancati dragaggi, la scomparsa del traffico via mare delle bramme e la crisi alla Palini&Bertoli
venerdì 10 gennaio 2014
cambio dirigenza NET
Nuovi impianti Net e per la differenziata, raccolta al 65%
Saranno appaltati i lavori per l’impianto di San Giorgio. Fuccaro si dimette da presidente e rimane direttore
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giovedì 9 gennaio 2014
Iraq: le violenze contro i cristiani
ASIA/IRAQ - L'Ayatollah al-Sistani: le violenze contro i cristiani sono una minaccia per tutto il Paese
Najaf (Agenzia Fides) – Le violenze che colpiscono i cristiani in Iraq rappresentano un danno per l'intero Paese. E' questa la convinzione espressa dal grande Ayatollah Ali al-Husayni al-Sistani durante l'incontro avuto mercoledì 8 gennaio con una delegazione della Comunità di Sant'Egidio ricevuta in udienza dalla maggiore guida spirituale e politica degli sciiti iracheni nella città santa di Najaf. Lo rendono noto fonti locali consultate dall'Agenzia Fides, che riportano i contenuti di una conferenza stampa tenuta dopo l'incontro da Andrea Trentini, membro della delegazione di Sant'Egidio. Nel colloquio – ha spiegato Trentini – al-Sistani ha manifestato la sua piena solidarietà ai cristiani iracheni, ribadendo che occorre preservare la presenza delle comunità cristiane autoctone nel Paese e che le violenze mirate di cui esse sono vittime rappresentano una minaccia per l'intero Iraq.
La delegazione della Comunità di Sant'Egidio si trova in Iraq per partecipare a un simposio sui temi della convivenza e del dialogo tra le confessioni religiose. (GV) (Agenzia Fides 9/1/2014).
La delegazione della Comunità di Sant'Egidio si trova in Iraq per partecipare a un simposio sui temi della convivenza e del dialogo tra le confessioni religiose. (GV) (Agenzia Fides 9/1/2014).
I fedeli cattolici hanno il diritto di continuare a utilizzare la parola “Allah” per riferirsi a Dio: 109 denunce
ASIA/MALAYSIA - Questione “Allah”: oltre 100 denunce al Direttore del settimanale cattolico Herald
Kuala Lumpur (Agenzia Fides) – P. Lawrence Andrew, sacerdote malaysiano e Direttore del giornale cattolico “Herald”, settimanale diocesano di Kuala Lumpur, è indagato dalla giustizia malaysiana e rischia di essere incriminato e processato per “sedizione”. Come riferito a Fides dalla Chiesa locale, 109 denunce sono state depositate contro di lui, per aver affermato in un articolo sul numero di “Herald” del 27 dicembre che i fedeli cattolici hanno il diritto di continuare a utilizzare la parola “Allah” per riferirsi a Dio. Nell’articolo, visionato da Fides, p. Andrew citava, come prova evidente, una preghiera cristiana di oltre cent’anni fa, in lingua malese, in cui si usava il nome “Allah”.
“La situazione è piuttosto grave. C’è grande preoccupazione nella Chiesa cattolica, perchè la vicenda ha preso una brutta piega”, spiega all’Agenzia Fides fra Augustine Julian, missionario dei Fratelli delle Scuole Cristiane a Kuala Lumpur, ex segretario della Conferenza Episcopale della Malaysia. “L’indagine della magistratura in corso è una sottile forma di pressione verso tutti i cristiani. C’è forte preoccupazione nella comunità e tensione con gruppi islamici radicali”, aggiunge Julian. Anche i Vescovi della Malaysia, che in questi giorni sono riuniti a Johor, per una riunione della Conferenza episcopale, “esamineranno certo la delicata questione”, nota Julian, anche se è probabile che non vi sarà un intervento ufficiale. Quello che si teme è una escalation che potrebbe sfociare in violenza.
L’apertura di una indagine su p. Andrew giunge dopo un altro episodio critico: il recente sequestro di oltre 300 bibbie da parte della polizia nello stato di Selangor (vedi Fides 3/1/2014). Il Dipartimento per gli affari religiosi nello stato ha giustificato l’atto – che ha suscitato forti polemiche – perchè le bibbie, scritte nella lingua locale “Bahasa”, usano la parola “Allah”. Sul caso, la “Bible Society of Malaysia (BSM), proprietaria delle bibbie sequestrate, ha chiesto al governo di Selangor di approvare formalmente la “Dichiarazione 10 punti”, emessa dal governo federale della Malaysia nel 2011. La Dichiarazione consente alla comunità cristiana di “stampare, importare e distribuire la Bibbia nelle lingue indigene malesi all'interno del paese”, ponendo determinate condizioni sulla distribuzione nella Malaysia peninsulare. La BSM afferma di aver rispettato tali condizioni e che le bibbie erano riservate alle chiese di Sabah e Sarawak (nel Borneo malaysiano) e ad alcuni indigeni cristiani di lingua malay residenti nella penisola. Il primo ministro dello stato di Selangor, Abdul Khalid Ibrahim, ha ordinato ieri alla polizia di restituire le Bibbie, in ossequio alla Dichiarazione.
La disputa sull'uso del termine “Allah” da parte dei non-musulmani è scoppiata all'inizio del 2009, quando il Ministero degli interni ha revocato il permesso di pubblicazione del giornale cattolico “Herald”, perché lo utilizzava. La Chiesa cattolica ha avviato un ricorso legale, sostenendo la violazione dei suoi diritti costituzionali. Nello stesso anno un tribunale ha accolto la tesi della Chiesa. La successiva sentenza della Corte di appello, a ottobre 2013, ha ripristinato il divieto. I musulmani costituiscono oltre il 60% per cento dei 28 milioni di malaysiani, mentre i cristiani rappresentano circa il 9%. (PA) (Agenzia Fides 9/1/2014)
“La situazione è piuttosto grave. C’è grande preoccupazione nella Chiesa cattolica, perchè la vicenda ha preso una brutta piega”, spiega all’Agenzia Fides fra Augustine Julian, missionario dei Fratelli delle Scuole Cristiane a Kuala Lumpur, ex segretario della Conferenza Episcopale della Malaysia. “L’indagine della magistratura in corso è una sottile forma di pressione verso tutti i cristiani. C’è forte preoccupazione nella comunità e tensione con gruppi islamici radicali”, aggiunge Julian. Anche i Vescovi della Malaysia, che in questi giorni sono riuniti a Johor, per una riunione della Conferenza episcopale, “esamineranno certo la delicata questione”, nota Julian, anche se è probabile che non vi sarà un intervento ufficiale. Quello che si teme è una escalation che potrebbe sfociare in violenza.
L’apertura di una indagine su p. Andrew giunge dopo un altro episodio critico: il recente sequestro di oltre 300 bibbie da parte della polizia nello stato di Selangor (vedi Fides 3/1/2014). Il Dipartimento per gli affari religiosi nello stato ha giustificato l’atto – che ha suscitato forti polemiche – perchè le bibbie, scritte nella lingua locale “Bahasa”, usano la parola “Allah”. Sul caso, la “Bible Society of Malaysia (BSM), proprietaria delle bibbie sequestrate, ha chiesto al governo di Selangor di approvare formalmente la “Dichiarazione 10 punti”, emessa dal governo federale della Malaysia nel 2011. La Dichiarazione consente alla comunità cristiana di “stampare, importare e distribuire la Bibbia nelle lingue indigene malesi all'interno del paese”, ponendo determinate condizioni sulla distribuzione nella Malaysia peninsulare. La BSM afferma di aver rispettato tali condizioni e che le bibbie erano riservate alle chiese di Sabah e Sarawak (nel Borneo malaysiano) e ad alcuni indigeni cristiani di lingua malay residenti nella penisola. Il primo ministro dello stato di Selangor, Abdul Khalid Ibrahim, ha ordinato ieri alla polizia di restituire le Bibbie, in ossequio alla Dichiarazione.
La disputa sull'uso del termine “Allah” da parte dei non-musulmani è scoppiata all'inizio del 2009, quando il Ministero degli interni ha revocato il permesso di pubblicazione del giornale cattolico “Herald”, perché lo utilizzava. La Chiesa cattolica ha avviato un ricorso legale, sostenendo la violazione dei suoi diritti costituzionali. Nello stesso anno un tribunale ha accolto la tesi della Chiesa. La successiva sentenza della Corte di appello, a ottobre 2013, ha ripristinato il divieto. I musulmani costituiscono oltre il 60% per cento dei 28 milioni di malaysiani, mentre i cristiani rappresentano circa il 9%. (PA) (Agenzia Fides 9/1/2014)
Parla il Dalai lama
ASIA/INDIA - Il Dalai Lama: “La conversione forzata è un ossimoro”
Bangalore (Agenzia Fides) – Il Dalai Lama disapprova la “conversione forzata” da una fede all’altra, definendo l’espressione “conversione forzata” un “ossimoro”, cioè l’accostamento di due termini del tutto opposti fra loro. La conversione, infatti “è un atto che tocca il profondo della coscienza umana” che nessuno può costringere o forzare in alcun modo. Come riferito a Fides, il Dalai Lama ha parlato alla Convention dell’Associazione delle scuole anglo-indiane, tenutasi nnei giorni scorsi in Karnataka, uno stato indiano noto per problemi, conflitti e tensioni interreligiose, soprattutto a causa della presenza di gruppi estremisti indù che spesso accusano spesso i cristiani di operare “conversioni forzate”. Il Dalai Lama riconosce che “i cristiani aiutano la società con programmi sociali nell’istruzione e nella sanità” e, se fanno proselitismo, “questo è sbagliato”, ha aggiunto. Ma coartare il nucleo di coscienza di un essere umano è impossibile. Il leader religioso ha ricordato che anche organizzazioni buddiste come “Rama krishna” operano nelle aree rurali, a beneficio delle popolazioni più povere ed emarginate, “senza chiedere o aspettarsi nulla in cambio”.
Il leader spirituale tibetano ha poi stigmatizzato la questione della “corruzione” come “il più grande cancro della società” e ha invitato l’India ad affrontare seriamente il problema. Una “giusta educazione, i principi morali, la disciplina e la pace interiore sono la via per combattere la corruzione”, ha spiegato. (PA) (Agenzia Fides 9/1/2014)
Il leader spirituale tibetano ha poi stigmatizzato la questione della “corruzione” come “il più grande cancro della società” e ha invitato l’India ad affrontare seriamente il problema. Una “giusta educazione, i principi morali, la disciplina e la pace interiore sono la via per combattere la corruzione”, ha spiegato. (PA) (Agenzia Fides 9/1/2014)
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