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domenica 25 maggio 2014
È il primo messaggio del Papa, ad Amman
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sabato 24 maggio 2014
Messaggero Veneto: Itinerannia 2014
ItinerAnnia 2014 punta a 40 mila presenze
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martedì 20 maggio 2014
Sono stupito di come la popolazione sia capace di passare rapidamente da una situazione di guerra ad una di pace.
AFRICA/LIBIA - “Ci sono le premesse per la guerra civile, ma la gente vuole la pace” dice Mons. Martinelli
Tripoli (Agenzia Fides) - “Non si spara, ma la situazione rimane tesa, anche perché non si capisce bene cosa vi sia sotto e cosa i vari miliziani vogliano fare” dice all’Agenzia Fides Sua Ecc. Mons. Giovanni Innocenzo Martinelli, Vicario Apostolico di Tripoli, dopo i violenti combattimenti di domenica 18 maggio per il controllo del Parlamento libico, preceduti da pesanti scontri nell’est del Paese.
“Mi auguro che non ci sia una guerra civile, ma ci sono tutte le premesse perché possa scoppiare. La Libia sta vivendo un momento particolare. Non mi sono mai trovato in una situazione così critica. Speriamo che il buon senso prevalga. La mia speranza deriva dalla preghiera e dal fatto che la gente vuole la pace” evidenzia Mons. Martinelli.
“Dopo i pesanti combattimenti di domenica scorsa - spiega il Vicario Apostolico - il giorno successivo sembrava che non fosse successo niente: i tripolini erano scesi nei bar come se nulla fosse. Sono stupito di come la popolazione sia capace di passare rapidamente da una situazione di guerra ad una di pace. Secondo me è perché la gente anela alla pace, ne ha bisogno dopo questi anni di incertezza”. “Per questo dico: pregate per noi, perché l’unica forza è quella della preghiera che smuove i cuori delle persone” conclude Mons. Martinelli. (L.M.) (Agenzia Fides 20/5/2014)
“Mi auguro che non ci sia una guerra civile, ma ci sono tutte le premesse perché possa scoppiare. La Libia sta vivendo un momento particolare. Non mi sono mai trovato in una situazione così critica. Speriamo che il buon senso prevalga. La mia speranza deriva dalla preghiera e dal fatto che la gente vuole la pace” evidenzia Mons. Martinelli.
“Dopo i pesanti combattimenti di domenica scorsa - spiega il Vicario Apostolico - il giorno successivo sembrava che non fosse successo niente: i tripolini erano scesi nei bar come se nulla fosse. Sono stupito di come la popolazione sia capace di passare rapidamente da una situazione di guerra ad una di pace. Secondo me è perché la gente anela alla pace, ne ha bisogno dopo questi anni di incertezza”. “Per questo dico: pregate per noi, perché l’unica forza è quella della preghiera che smuove i cuori delle persone” conclude Mons. Martinelli. (L.M.) (Agenzia Fides 20/5/2014)
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sabato 17 maggio 2014
Crisi Billa
La gran parte di loro teme il rimpatrio forzato in Eritrea o Sudan, che porrebbe a rischio la vita di molti.
ASIA/ISRAELE - Un campo di detenzione nel deserto del Negev. Pieno di cristiani
Holot (Agenzia Fides) Nel deserto del Negev c'è un centro di detenzione con più di duemila detenuti, in gran parte di fede cristiana. E' il centro di Holot, dove vengono rinchiusi gli eritrei e i sudanesi che giungono in Israele dopo esser fuggiti dai rispettivi Paesi d'origine. Lo scorso 15 maggio una delegazione di 13 componenti della Pastorale per i Migranti del Patriarcato latino di Gerusalemme, guidata dal Vicario patriarcale p.David Neuhaus, si è recata in visita al centro per raccogliere testimonianze e informazioni sulle condizioni di vita dei detenuti. Solo a due membri della delegazione è stato consentito di accedere alle strutture di detenzione. Ma il resoconto della visita, riportato dai media ufficiali del Patriarcato latino e pervenuto all'Agenzia Fides, riesce comunque a trasmettere un'immagine eloquente delle giornate vissute nel campo dai detenuti.
Al momento, la struttura ospita 2300 uomini. Ma sono in corso lavori per aumentare la ricettività del centro. I detenuti vengono contati 3 volte al giorno e la libertà di movimento concessa loro durante il giorno rimane del tutto teorica, visto che il centro si trova nel deserto, lontano da centri abitati, e i detenuti non possono usare mezzi di trasporto per muoversi. I reclusi dormono in stanze con dieci posti letto. La stragrande maggioranza di loro appartiene alla Chiesa copta ortodossa eritrea, e tra loro operano tre sacerdoti. Il caldo soffocante, il vuoto delle giornate, le carenze dal punto di vista alimentare e sanitario confermano l'impressione di trovarsi in un campo di prigionia. “Perché siamo qui? Quale crimine abbiamo commesso? Quando ci rilasceranno?” sono le domande più frequenti raccolte tra i detenuti dalla delegazione del Patriarcato latino. La gran parte di loro teme il rimpatrio forzato in Eritrea o Sudan, che porrebbe a rischio la vita di molti. Per re ndere meno penosa la vita nel campo, chiedono un miglioramento dell'assistenza sanitaria e l'invio di libri e insegnanti per riempire le giornate vuote.
Attualmente i richiedenti asilo in Israele sono 50mila. Ma le richieste di asilo presentate nel 2013 sono soltanto 43. (GV) (Agenzia Fides 17/5/2014).
Al momento, la struttura ospita 2300 uomini. Ma sono in corso lavori per aumentare la ricettività del centro. I detenuti vengono contati 3 volte al giorno e la libertà di movimento concessa loro durante il giorno rimane del tutto teorica, visto che il centro si trova nel deserto, lontano da centri abitati, e i detenuti non possono usare mezzi di trasporto per muoversi. I reclusi dormono in stanze con dieci posti letto. La stragrande maggioranza di loro appartiene alla Chiesa copta ortodossa eritrea, e tra loro operano tre sacerdoti. Il caldo soffocante, il vuoto delle giornate, le carenze dal punto di vista alimentare e sanitario confermano l'impressione di trovarsi in un campo di prigionia. “Perché siamo qui? Quale crimine abbiamo commesso? Quando ci rilasceranno?” sono le domande più frequenti raccolte tra i detenuti dalla delegazione del Patriarcato latino. La gran parte di loro teme il rimpatrio forzato in Eritrea o Sudan, che porrebbe a rischio la vita di molti. Per re ndere meno penosa la vita nel campo, chiedono un miglioramento dell'assistenza sanitaria e l'invio di libri e insegnanti per riempire le giornate vuote.
Attualmente i richiedenti asilo in Israele sono 50mila. Ma le richieste di asilo presentate nel 2013 sono soltanto 43. (GV) (Agenzia Fides 17/5/2014).
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giovedì 15 maggio 2014
Chiudendo gli accessi legali, si spingono queste persone nelle mani dei trafficanti
AFRICA/LIBIA - “Bloccando i visti, l’Europa spinge i migranti nelle braccia dei trafficanti” dice p. Zerai
Tripoli (Agenzia Fides) - “Ci sono almeno due fattori che spiegano l’aumento del numero di persone che cercano di attraversare il Mediterraneo con i barconi dei trafficanti” dice all’Agenzia Fides don Mussie Zerai Yosief, Presidente dell’Agenzia Habeshia per la cooperazione e lo sviluppo.
“In primo luogo, in Sudan le autorità locali stanno facendo retate di stranieri in posizione irregolare a Khartoum e in altre città. Si tratta in particolare di cittadini etiopi ed eritrei, che vengono rinviati nei loro Paesi, dove sono soggetti a persecuzioni. L’insicurezza nella quale vivono queste persone diventa quindi una spinta per raggiungere l’Europa”.
“Ogni giorno - aggiunge p. Zerai - nei campi profughi sudanesi vengono rapite delle persone per essere vendute nel Sinai. Altre vengono rapite al confine tra Sudan, Libia ed Egitto, un vero triangolo maledetto, dove ci sono i container nei quali sono rinchiusi gli ostaggi catturati. I sequestratori in un primo momento si mettono in contatto con i familiari dei rapiti per chiedere un riscatto. Se la famiglia non può pagare, gli ostaggi vengono venduti ad altri trafficanti che li trasportano in Egitto, dove sono usati come schiavi nell’agricoltura e nelle costruzioni. Altri sono coinvolti a forza nei traffici di armi e di droga, altri ancora diventano vittime del traffico di organi”.
Lo stesso – prosegue p. Zerai - accade in Libia, dove i migranti sono continuamente ricattati, derubati o rinchiusi in centri di detenzione dai quali per uscire devono pagare altri 700-1000 dollari”.
P. Zerai precisa: “non è vero che esistano controlli alla frontiere libiche. Il controllo alle frontiere libiche esiste ma si è trasformato in un business, e questo fin dai tempi di Gheddafi, che ha sempre giocato su più tavoli, da un lato chiedendo aiuto all’Europa per potenziare i controlli frontalieri, e dall’altro facendo affari con i trafficanti. Lo stesso accade oggi, solo che non vi è un regime ma centinaia di milizie coinvolte in questo sporco gioco”.
P. Zerai afferma che “le frontiere meridionali della Libia sono ben presidiate per controllare i migranti provenienti da Ciad, Niger, Sudan, dai miliziani, i quali però stanno facendo affari con i trafficanti. Ogni persona deve pagare 700-1000 dollari per entrare in Libia, più un’altra cifra per attraversare il Mediterraneo con i barconi. Prima di partire i migranti hanno già raccolto la cifra necessaria a superare i vari posti di blocco”.
“La responsabilità di questa tragedia è in parte anche europea” dice il sacerdote, venendo alla seconda causa dell’aumento del flusso migratorio, “perché le Ambasciate degli Stati europei hanno bloccato il rilascio dei visti. Ad esempio le ambasciate italiane in Etiopia, in Sudan, in Kenya e in Uganda, stanno tenendo bloccati i visti di migliaia di donne e bambini, in attesa di venire in Italia per ricongiungersi con i loro parenti, nonostante la concessione del nullaosta da parte del Ministero dell’Interno. La disperazione di queste persone le sta spingendo a tentare la via libica per raggiungere clandestinamente l’Italia. Chiudendo gli accessi legali, si spingono queste persone nelle mani dei trafficanti” conclude il sacerdote. (L.M.) (Agenzia Fides 15/5/2014)
“In primo luogo, in Sudan le autorità locali stanno facendo retate di stranieri in posizione irregolare a Khartoum e in altre città. Si tratta in particolare di cittadini etiopi ed eritrei, che vengono rinviati nei loro Paesi, dove sono soggetti a persecuzioni. L’insicurezza nella quale vivono queste persone diventa quindi una spinta per raggiungere l’Europa”.
“Ogni giorno - aggiunge p. Zerai - nei campi profughi sudanesi vengono rapite delle persone per essere vendute nel Sinai. Altre vengono rapite al confine tra Sudan, Libia ed Egitto, un vero triangolo maledetto, dove ci sono i container nei quali sono rinchiusi gli ostaggi catturati. I sequestratori in un primo momento si mettono in contatto con i familiari dei rapiti per chiedere un riscatto. Se la famiglia non può pagare, gli ostaggi vengono venduti ad altri trafficanti che li trasportano in Egitto, dove sono usati come schiavi nell’agricoltura e nelle costruzioni. Altri sono coinvolti a forza nei traffici di armi e di droga, altri ancora diventano vittime del traffico di organi”.
Lo stesso – prosegue p. Zerai - accade in Libia, dove i migranti sono continuamente ricattati, derubati o rinchiusi in centri di detenzione dai quali per uscire devono pagare altri 700-1000 dollari”.
P. Zerai precisa: “non è vero che esistano controlli alla frontiere libiche. Il controllo alle frontiere libiche esiste ma si è trasformato in un business, e questo fin dai tempi di Gheddafi, che ha sempre giocato su più tavoli, da un lato chiedendo aiuto all’Europa per potenziare i controlli frontalieri, e dall’altro facendo affari con i trafficanti. Lo stesso accade oggi, solo che non vi è un regime ma centinaia di milizie coinvolte in questo sporco gioco”.
P. Zerai afferma che “le frontiere meridionali della Libia sono ben presidiate per controllare i migranti provenienti da Ciad, Niger, Sudan, dai miliziani, i quali però stanno facendo affari con i trafficanti. Ogni persona deve pagare 700-1000 dollari per entrare in Libia, più un’altra cifra per attraversare il Mediterraneo con i barconi. Prima di partire i migranti hanno già raccolto la cifra necessaria a superare i vari posti di blocco”.
“La responsabilità di questa tragedia è in parte anche europea” dice il sacerdote, venendo alla seconda causa dell’aumento del flusso migratorio, “perché le Ambasciate degli Stati europei hanno bloccato il rilascio dei visti. Ad esempio le ambasciate italiane in Etiopia, in Sudan, in Kenya e in Uganda, stanno tenendo bloccati i visti di migliaia di donne e bambini, in attesa di venire in Italia per ricongiungersi con i loro parenti, nonostante la concessione del nullaosta da parte del Ministero dell’Interno. La disperazione di queste persone le sta spingendo a tentare la via libica per raggiungere clandestinamente l’Italia. Chiudendo gli accessi legali, si spingono queste persone nelle mani dei trafficanti” conclude il sacerdote. (L.M.) (Agenzia Fides 15/5/2014)
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mercoledì 14 maggio 2014
270 lavoratori
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- Aussa Corno, troppe nubi sul futuro di 270 lavoratori
Aussa Corno, troppe nubi sul futuro di 270 lavoratori
martedì 13 maggio 2014
Un vescovo o un prete che non sa cosa sia il servizio non è un buon pastore
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giovedì 8 maggio 2014
Atomizzatori novità
Alleanza tra Maschio Gaspardo e Friuli Sprayers
Spinta alla produzione di atomizzatori per vigneti e frutteti per i mercati esteri
venerdì 2 maggio 2014
Due articoli per il primo maggio in Friuli
Pordenone capitale del lavoro (che non c'è)
L'ultima volta che il Friuli ha ospitato la celebrazione nazionale per la festa del Primo maggio è stato esattamente dieci anni fa. Nel 2004, infatti, i ...
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Il Guardian e la laguna
Turismo: The Guardian esalta magia della Laguna di Grado eMarano
(AGI) - Trieste, 30 apr. - The Guardian si e' davvero innamorato del Friuli Venezia Giulia: dopo l'articolo dello scorso anno sui sapori del Collio, ...
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mercoledì 30 aprile 2014
Teresa Libera Targato di san Giorgio
Teresa Libera Targato, la più longeva di Conegliano ha 107 anni
martedì 29 aprile 2014
Vandalismi in Galilea
ASIA/TERRA SANTA - Vandalismo e profanazioni contro luoghi cristiani in Galilea
Nazareth (Agenzia Fides) - I Vescovi cattolici di Terra Santa denunciano e condannano con inquietudine tre atti di vandalismo e profanazione che hanno colpito tre siti cristiani in Galilea nella giornata di domenica 27 aprile, proprio mentre tutte le comunità cattoliche locali vivevano il momento suggestivo della canonizzazione di San Giovanni XXIII e San Giovanni Paolo II, a meno di un mese dal pellegrinaggio in Terra Santa di Papa Francesco. Il primo atto di profanazione ha colpito il monastero benedettino diTabgha, sul lago di Tiberiade, affidato a Benedettini tedeschi. Verso mezzogiorno, un gruppo di ragazzi abbigliati con le vesti e le acconciature tipiche degli ebrei ortodossi, hanno tirato pietre contro tre croci presenti nel sito. Lo stesso gruppo di ragazzi si è poi diretto verso il convento delle Suore Benedettine, sradicando anche lì una croce e imbrattando di fango un altare all'aperto, tracciando su banchi e sedie il segno della stella di Davide e ferendo con lanci di pietre una donna ospitata nel convento.
Nella stessa giornata di domenica 27 aprile – informa un comunicato degli Ordinari cattolici di Terra Santa pervenuto all'Agenzia Fides – è stata recapitata al Vicariato patriarcale di Nazareth una lettera intimidatoria firmata da una rabbino della regione, in cui tra l'altro si intima a tutti i cristiani di “lasciare la terra d'Israele” minacciando gravi rappresaglie. Il rabbino che aveva inviato la lettera era stato fermato dalla polizia il giorno precedente nella città di Safed.
Sempre domenica 27 aprile, anche la chiesa greco-ortodossa di Al-Bassah ha subito un'aggressione mentre nel luogo di culto era in corso la celebrazione di una liturgia battesimale.
I cristiani di Galilea, e con loro l'Assemblea dei Vescovi Ordinari, “profondamente preoccupati per questi fatti” si legge nel comunicato, “chiedono con forza alle autorità civili e di polizia
di reagire con sollecitudine arrestando i colpevoli, al fine di ristabilire il mutuo rispetto religioso”. Una lunga serie di profanazioni e atti intimidatori compiuti da gruppi di coloni ebrei estremisti a danno di monasteri, chiese e cimiteri cristiani è iniziata nel febbraio 2012. Da allora, siglandosi spesso con la formula “il prezzo da pagare”, militanti oltranzisti di gruppi vicini al movimento dei coloni, hanno portato attacchi anche contro moschee frequentate dagli arabi palestinesi di religione islamica. L'ultima moschea imbrattata con scritte anti-islamiche è quella della cittadina di Furdis, a sud di Haifa. (GV) (Agenzia Fides 29/4/2014).
Nella stessa giornata di domenica 27 aprile – informa un comunicato degli Ordinari cattolici di Terra Santa pervenuto all'Agenzia Fides – è stata recapitata al Vicariato patriarcale di Nazareth una lettera intimidatoria firmata da una rabbino della regione, in cui tra l'altro si intima a tutti i cristiani di “lasciare la terra d'Israele” minacciando gravi rappresaglie. Il rabbino che aveva inviato la lettera era stato fermato dalla polizia il giorno precedente nella città di Safed.
Sempre domenica 27 aprile, anche la chiesa greco-ortodossa di Al-Bassah ha subito un'aggressione mentre nel luogo di culto era in corso la celebrazione di una liturgia battesimale.
I cristiani di Galilea, e con loro l'Assemblea dei Vescovi Ordinari, “profondamente preoccupati per questi fatti” si legge nel comunicato, “chiedono con forza alle autorità civili e di polizia
di reagire con sollecitudine arrestando i colpevoli, al fine di ristabilire il mutuo rispetto religioso”. Una lunga serie di profanazioni e atti intimidatori compiuti da gruppi di coloni ebrei estremisti a danno di monasteri, chiese e cimiteri cristiani è iniziata nel febbraio 2012. Da allora, siglandosi spesso con la formula “il prezzo da pagare”, militanti oltranzisti di gruppi vicini al movimento dei coloni, hanno portato attacchi anche contro moschee frequentate dagli arabi palestinesi di religione islamica. L'ultima moschea imbrattata con scritte anti-islamiche è quella della cittadina di Furdis, a sud di Haifa. (GV) (Agenzia Fides 29/4/2014).
lunedì 28 aprile 2014
giovedì 24 aprile 2014
L'intolleranza religiosa diffusa e l'odio contro le minoranze
ASIA/PAKISTAN - Giovane cristiano ucciso perché non si converte all'islam
Lahore (Agenzia Fides) – Pasqua di lutto e dolore per la comunità cristiana di Lahore: Haroon, detto Sunny, giovane cristiano di 22 anni, è stato ucciso da un giovane musulmano perché ha rifiutato di convertirsi all’islam. L’episodio, avvenuto il 16 aprile, solo ora è stato riferito all’Agenzia Fides. Haroon, di umili origini, aveva da poco iniziato a lavorare facendo le pulizie nell’abitazione di una famiglia borghese musulmana a Lahore. Qui lavorava accanto al musulmano Umer Farooq, guardia della casa. Questi ha iniziato a deridere quotidianamente la fede cristiana di Haroon, minacciandolo e invitandolo a convertirsi all’Islam. Affermava che “abbracciare l'Islam è bello” e prospettandogli una vita “nel lusso e il matrimonio con una ricca donna musulmana”. Haroon ha resistito, rifiutando di lasciare la fede cristiana.
Quando Haroon ha detto a suo padre quanto stava succedendo, questi gli ha consigliato di ignorare Farooq. Il 16 aprile Farooq ha cominciato di nuovo a parlare di religione e a fare pressioni su Haroon. Poi, innervosito, ha chiesto perché il giovane cristiano fosse irremovibile. Haroon ha spiegato di essere “un vero seguace di Gesù Cristo”. Farooq è diventato aggressivo e ha aperto il fuoco su Haroon, uccidendolo con una pallottola alla testa. In seguito ha cominciato a gridare che Haroon aveva tentato il suicidio.
La polizia, chiamata dalla famiglia, ha condotto la guardia in custodia ma non ha registrato una denuncia (First Information Report), ritenendo plausibile la versione del suicidio. I cristiani locali hanno allora inscenato una protesta davanti alla stazione di polizia. Umer Farooq è ancora in custodia cautelare e il suo caso è tuttora sotto inchiesta, mentre la polizia compirà nuove indagini.
In un messaggio inviato a Fides, Nasir Saeed, direttore dell’Ong “CLAAS” (Centre for Legal Aid Assistance & Settlement), con sedi nel Regno Unito e in Pakistan, ha condannato l'omicidio, ricordando: “Abbiamo letto in un recente Rapporto che 1.000 ragazze cristiane e indù sono forzatamente convertite all'Islam ogni anno. Casi in cui i giovani cristiani vengono costretti alla conversione sono frequenti e se rifiutano, vengono uccisi o coinvolto in falsi casi di blasfemia. In questi casi la giustizia deve assicurare le libertà individuali e punire i colpevoli: è l’unico deterrente. Alla base di questi casi vi è l'intolleranza religiosa diffusa e l'odio contro le minoranze”. (PA) (Agenzia Fides 24/4/2014)
Quando Haroon ha detto a suo padre quanto stava succedendo, questi gli ha consigliato di ignorare Farooq. Il 16 aprile Farooq ha cominciato di nuovo a parlare di religione e a fare pressioni su Haroon. Poi, innervosito, ha chiesto perché il giovane cristiano fosse irremovibile. Haroon ha spiegato di essere “un vero seguace di Gesù Cristo”. Farooq è diventato aggressivo e ha aperto il fuoco su Haroon, uccidendolo con una pallottola alla testa. In seguito ha cominciato a gridare che Haroon aveva tentato il suicidio.
La polizia, chiamata dalla famiglia, ha condotto la guardia in custodia ma non ha registrato una denuncia (First Information Report), ritenendo plausibile la versione del suicidio. I cristiani locali hanno allora inscenato una protesta davanti alla stazione di polizia. Umer Farooq è ancora in custodia cautelare e il suo caso è tuttora sotto inchiesta, mentre la polizia compirà nuove indagini.
In un messaggio inviato a Fides, Nasir Saeed, direttore dell’Ong “CLAAS” (Centre for Legal Aid Assistance & Settlement), con sedi nel Regno Unito e in Pakistan, ha condannato l'omicidio, ricordando: “Abbiamo letto in un recente Rapporto che 1.000 ragazze cristiane e indù sono forzatamente convertite all'Islam ogni anno. Casi in cui i giovani cristiani vengono costretti alla conversione sono frequenti e se rifiutano, vengono uccisi o coinvolto in falsi casi di blasfemia. In questi casi la giustizia deve assicurare le libertà individuali e punire i colpevoli: è l’unico deterrente. Alla base di questi casi vi è l'intolleranza religiosa diffusa e l'odio contro le minoranze”. (PA) (Agenzia Fides 24/4/2014)
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mercoledì 23 aprile 2014
mercoledì 16 aprile 2014
Legacoop: Idealstandard come Aussa Metal?
martedì 15 aprile 2014
sabato 12 aprile 2014
La mancanza di timor di Dio
AFRICA/NIGERIA - Appello ai media cattolici perché contribuiscano a fermare le violenze in Nigeria
Abuja (Agenzia Fides) - “Vi prego di adottare il migliore approccio possibile nel comunicare nelle diverse culture per frenare l’ondata di scontri comunitari e di violenza in Nigeria”. È l’appello lanciato agli operatori dei media cattolici dal responsabile per le comunicazioni e l’informazione dello Stato di Imo, il Dr. T.O.E. Elechi, nel suo indirizzo di saluto ai partecipanti al primo Incontro plenario dei responsabili diocesani delle comunicazioni sociali, tenutosi presso l’Assumpta Pastoral Centre, di Owerri. Secondo una nota inviata all’Agenzia Fides, il tema dell’incontro era “la Comunicazione al Servizio dell’autentica cultura dell’incontro”.
Riprendendo il tema del meeting, il responsabile delle comunicazioni ha sottolineato che “troppo spesso le relazioni sono fraintese, e i rapporti umani sono impregnati di diffidenza, con il risultato di diffondere una mancanza di fiducia che degenera rapidamente in omicidi - Boko Haram nel nord, MASSOB (Movement for the Actualization of the Sovereign State of Biafra) nell’est, MEND (Movement for the Emancipation of the Niger Delta) nel sud, ecc…”.
“Dato che vi riunite per discutere il tema di questo incontro, permettetemi di ricordarvi che come uomini dei media della più vasta e maggiormente organizzata Chiesa del mondo, spetta a noi raggiungere in modo persistente e coerente le persone per migliorare la società in cui viviamo” ha concluso.
Il Presidente dell’Unione dei Giornalisti dello Stato di Imo, Innocent Igwe, ha osservato che il tema dell'incontro “è l'ideale in quanto attraverso di esso, ognuno può ricordare il forte impatto della comunicazione nel trasmettere l'autentica cultura cattolica, tanto necessaria per guarire la nostra società dai suoi molteplici mali, quali la corruzione, gli omicidi rituali, i sequestri di persona e, in generale, la mancanza di timor di Dio”. (L.M.) (Agenzia Fides 11/4/2014)
Riprendendo il tema del meeting, il responsabile delle comunicazioni ha sottolineato che “troppo spesso le relazioni sono fraintese, e i rapporti umani sono impregnati di diffidenza, con il risultato di diffondere una mancanza di fiducia che degenera rapidamente in omicidi - Boko Haram nel nord, MASSOB (Movement for the Actualization of the Sovereign State of Biafra) nell’est, MEND (Movement for the Emancipation of the Niger Delta) nel sud, ecc…”.
“Dato che vi riunite per discutere il tema di questo incontro, permettetemi di ricordarvi che come uomini dei media della più vasta e maggiormente organizzata Chiesa del mondo, spetta a noi raggiungere in modo persistente e coerente le persone per migliorare la società in cui viviamo” ha concluso.
Il Presidente dell’Unione dei Giornalisti dello Stato di Imo, Innocent Igwe, ha osservato che il tema dell'incontro “è l'ideale in quanto attraverso di esso, ognuno può ricordare il forte impatto della comunicazione nel trasmettere l'autentica cultura cattolica, tanto necessaria per guarire la nostra società dai suoi molteplici mali, quali la corruzione, gli omicidi rituali, i sequestri di persona e, in generale, la mancanza di timor di Dio”. (L.M.) (Agenzia Fides 11/4/2014)
domenica 6 aprile 2014
sabato 5 aprile 2014
Si ipotizza che i sequestratori siano membri della setta islamista nigeriana Boko Haram
AFRICA/CAMERUN - Rapiti due sacerdoti ed una suora nel nord del Camerun
Yaoundé (Agenzia Fides)-Due sacerdoti italiani Fidei Donum della diocesi di Vicenza, don Gianantonio Allegri e don Giampaolo Marta, e una suora canadese di 80 anni, dell’ordine delle Suore della Divina Volontà di Bassano del Grappa, sono stati rapiti nella notte tra il 4 e il 5 aprile nella diocesi di Maroua-Mokolo nel nord del Camerun.
Si tratta della stessa diocesi, il cui territorio si trova al confine con la Nigeria e il Ciad, nella quale lo scorso novembre era stato rapito il sacerdote Fidei Donum francese, don Georges Vandenbeusch, che era stato poi liberato il 31 dicembre.
Secondo fonti della diocesi di Vicenza, due gruppi di uomini armati a bordo di auto hanno fatto irruzione intorno alle due di notte nelle case dei sacerdoti e delle suore, mettendola a soqquadro per poi portar via i tre religiosi.
Don Marta si trova in Camerun da oltre 6 anni mentre don Allegri era arrivato da un anno, ma in passato aveva vissuto circa 10 anni nel Paese africano. I due sacerdoti operano nelle parrocchie di Tchere e Loulou.
Si ipotizza che i sequestratori siano membri della setta islamista nigeriana Boko Haram, che hanno già rapito alcuni stranieri nel nord del Camerun. Ricordiamo che l’area dove si trova la diocesi è da tempo al centro di un vasto traffico di esseri umani, e in particolare di bambini. La Chiesa cattolica ha promosso diverse iniziative per far fronte a questo fenomeno e soccorrere le vittime, come affermava in un’intervista all’Agenzia Fides, il Vescovo del luogo, Sua Ecc. Mons. Philippe Stevens (vedi Fides 2/3/2010). (L.M.) (Agenzia Fides 5/4/2014)
Si tratta della stessa diocesi, il cui territorio si trova al confine con la Nigeria e il Ciad, nella quale lo scorso novembre era stato rapito il sacerdote Fidei Donum francese, don Georges Vandenbeusch, che era stato poi liberato il 31 dicembre.
Secondo fonti della diocesi di Vicenza, due gruppi di uomini armati a bordo di auto hanno fatto irruzione intorno alle due di notte nelle case dei sacerdoti e delle suore, mettendola a soqquadro per poi portar via i tre religiosi.
Don Marta si trova in Camerun da oltre 6 anni mentre don Allegri era arrivato da un anno, ma in passato aveva vissuto circa 10 anni nel Paese africano. I due sacerdoti operano nelle parrocchie di Tchere e Loulou.
Si ipotizza che i sequestratori siano membri della setta islamista nigeriana Boko Haram, che hanno già rapito alcuni stranieri nel nord del Camerun. Ricordiamo che l’area dove si trova la diocesi è da tempo al centro di un vasto traffico di esseri umani, e in particolare di bambini. La Chiesa cattolica ha promosso diverse iniziative per far fronte a questo fenomeno e soccorrere le vittime, come affermava in un’intervista all’Agenzia Fides, il Vescovo del luogo, Sua Ecc. Mons. Philippe Stevens (vedi Fides 2/3/2010). (L.M.) (Agenzia Fides 5/4/2014)
venerdì 4 aprile 2014
Caldei, Greci, Turchi...
ASIA/TURCHIA -Caldei espulsi dopo il golpe del 1980 chiedono la restituzione di case e terre
Ankara (Agenzia Fides) - 84 famiglie cattoliche di rito caldeo originarie della Turchia e attualmente residenti all'estero - soprattutto in Francia - hanno iniziato le procedure legali per rientrare in possesso delle terre e delle case che furono costrette a lasciare sotto minaccia degli apparati di sicurezza, dopo il colpo di stato militare del 12 settembre 1980. Ne danno notizia fonti turche consultate dall'Agenzia Fides. L'iniziativa legale viene motivata dalle famiglie con il desiderio di poter ritornare nelle proprie terre d'origine. La domanda per la restituzione dei beni è già stata trasmessa al Ministero degli Interni turco. Le terre e le case si trovano nella Prefettura di Sirnak, nella Turchia sud-orientale ai confini con I'Iraq, regione segnata da una prevalente presenza curda. Esse si concentrano nell'area di in villaggio rimasto disabitato ma che in diversi periodi è stato utilizzato come base dell'organizzazione curda PKK. Negli ultimi anni le proprietà sono state occupate e utilizzate abusivamente da persone che si presentano come “custodi” dei beni che i caldei sono stati costretti a abbandonare.
Intanto, a Istanbul, l'associazione Babil ha allestito in un vecchio deposito di tabacco una mostra sulla deportazione dei greci avvenuta nel marzo 1964. L'esposizione, intitolata “20 dollari, 20 chili”, racconta con immagini e documenti quell'evento traumatico che coinvolse più di 50mila greci, espulsi verso la Grecia e costretti a pagare 20 dollari se volevano portare via con sé i propri oggetti di proprietà, fino a un massimo di 20 chili. (GV) (Agenzia Fides 4/4/2014).
Intanto, a Istanbul, l'associazione Babil ha allestito in un vecchio deposito di tabacco una mostra sulla deportazione dei greci avvenuta nel marzo 1964. L'esposizione, intitolata “20 dollari, 20 chili”, racconta con immagini e documenti quell'evento traumatico che coinvolse più di 50mila greci, espulsi verso la Grecia e costretti a pagare 20 dollari se volevano portare via con sé i propri oggetti di proprietà, fino a un massimo di 20 chili. (GV) (Agenzia Fides 4/4/2014).
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giovedì 3 aprile 2014
Ribadiamo la nostra forte richiesta che il governo disarmi i gruppi civili armati.
AMERICA/VENEZUELA - “Cercano di imporre un governo totalitario”: allarme dei Vescovi dopo due mesi di violenze
Caracas (Agenzia Fides) – La Conferenza Episcopale Venezuelana (CEV) ha diffuso un comunicato in cui presenta “come causa fondamentale della crisi che vive il Venezuela, la pretesa del partito di governo e del presidente Nicolas Maduro di cercare di imporre il cosiddetto ‘Plan de la Patria’, dietro al quale si nasconde la promozione di un governo totalitario". Questo intento ha alimentato le proteste dell'opposizione e dei cittadini, che dopo quasi due mesi contano 39 morti, 550 feriti gravi e più di 150 persone detenute. Il documento intitolato "Responsabili della Pace e del destino democratico del Venezuela" è stato firmato dai Vescovi della Presidenza della CEV con data 2 aprile 2014.
La nota pervenuta all’Agenzia Fides da una fonte locale, riferisce l'intervento di Mons. Diego Rafael Padrón Sánchez, Arcivescovo di Cumaná e Presidente della CEV, che alla presentazione del comunicato "ha lamentato la polarizzazione politica avvenuta nel paese dopo una serie di manifestazioni anti-governative iniziate dagli studenti lo scorso 4 febbraio, alle quali si sono uniti gruppi dell'opposizione per denunciare l'insicurezza nel paese, l'inflazione del 57%, la carenza di cibo, la repressione da parte della Guardia Nazionale e la detenzione degli oppositori".
Nel documento, con un linguaggio molto diretto, si legge: "Ribadiamo la nostra forte richiesta che il governo disarmi i gruppi civili armati. La loro azione coordinata, secondo certi schemi, dimostra che non sono gruppi isolati o spontanei, ma piuttosto addestrati per intervenire violentemente. In molti casi essi hanno agito impunemente sotto lo sguardo indifferente delle forze dell'ordine, per cui il comportamento di queste ultime è stato seriamente messo in discussione".
Il comunicato ribadisce: "La fede cristiana ben compresa impone a tutti i credenti di assumere la responsabilità del destino del paese, di non restare indifferenti ma piuttosto impegnarsi nella difesa della vita, dei diritti umani, della libertà e della democrazia. Nessuno di quanti vivono in Venezuela deve dire di non essere interessato o preoccupato per la violenza e le morti che stanno accadendo nelle città e nelle altre località. Tutti, senza eccezione, siamo responsabili della libertà, della pace e del destino democratico del nostro paese". (CE) (Agenzia Fides, 03/04/2014)
La nota pervenuta all’Agenzia Fides da una fonte locale, riferisce l'intervento di Mons. Diego Rafael Padrón Sánchez, Arcivescovo di Cumaná e Presidente della CEV, che alla presentazione del comunicato "ha lamentato la polarizzazione politica avvenuta nel paese dopo una serie di manifestazioni anti-governative iniziate dagli studenti lo scorso 4 febbraio, alle quali si sono uniti gruppi dell'opposizione per denunciare l'insicurezza nel paese, l'inflazione del 57%, la carenza di cibo, la repressione da parte della Guardia Nazionale e la detenzione degli oppositori".
Nel documento, con un linguaggio molto diretto, si legge: "Ribadiamo la nostra forte richiesta che il governo disarmi i gruppi civili armati. La loro azione coordinata, secondo certi schemi, dimostra che non sono gruppi isolati o spontanei, ma piuttosto addestrati per intervenire violentemente. In molti casi essi hanno agito impunemente sotto lo sguardo indifferente delle forze dell'ordine, per cui il comportamento di queste ultime è stato seriamente messo in discussione".
Il comunicato ribadisce: "La fede cristiana ben compresa impone a tutti i credenti di assumere la responsabilità del destino del paese, di non restare indifferenti ma piuttosto impegnarsi nella difesa della vita, dei diritti umani, della libertà e della democrazia. Nessuno di quanti vivono in Venezuela deve dire di non essere interessato o preoccupato per la violenza e le morti che stanno accadendo nelle città e nelle altre località. Tutti, senza eccezione, siamo responsabili della libertà, della pace e del destino democratico del nostro paese". (CE) (Agenzia Fides, 03/04/2014)
iL NUOVO CLORO SODA APRIRà NEL GIUGNO 2015
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Alla Caffaro un impianto da 40 milioni
Nel polo di Torviscosa il nuovo cloro soda aprirà a giugno 2015. Il Gruppo punta a sfondare i 200 milioni di euro di fatturato
mercoledì 2 aprile 2014
Il Tooooor e il Friuuuuul in fieste
Torviscosa festeggia il Friuli Eventi a Udine
„Festa del Friuli a Torviscosa
Udine today annuncia le celebrazioni“
„Festa del Friuli a Torviscosa
Udine today annuncia le celebrazioni“
domenica 30 marzo 2014
sabato 29 marzo 2014
mercoledì 26 marzo 2014
Europa Baseball Club
Europa Baseball Club, verso la prima in Serie A
Presentata a Torviscosa la stagione della società friulana
lunedì 24 marzo 2014
La seconda, con 292 persone a bordo, è affondata
AFRICA/RD CONGO - Più di 250 rifugiati congolesi annegano cercando di rientrare in patria dall’Uganda
Kinshasa (Agenzia Fides) - Oltre 250 rifugiati congolesi sono morti nel ribaltamento di un’imbarcazione che stava riportandoli nella Repubblica Democratica del Congo. Sono una nota inviata all’Agenzia Fides dal Coordinamento della Società Civile del Nord Kivu, la tragedia si è verificata il 22 marzo. I rifugiati erano fuggiti dalla località di Watalinga, nel territorio di Beni, nel Nord Kivu (est della RDC), tra luglio e dicembre 2013. In un primo momento erano stati accolti in alcune località di frontiera tra la RDC e l’Uganda. In seguito erano stati trasferiti dalle autorità ugandesi nel campo di rifugiati di Kyangwali (Uganda) a più di 350 km dalla frontiera.
Quando i rifugiati hanno appreso la notizia che l’esercito congolese aveva liberato i loro villaggi dalla presenza dei ribelli ugandesi dell’ADF-NALU, hanno chiesto di rientrare nella RDC.
Due imbarcazioni motorizzate erano state messe a loro disposizione per attraversare il Lago Alberto. La prima ha effettuato la traversata senza problemi, mentre la seconda, con 292 persone a bordo, è affondata nel mezzo del lago. Secondo la nota inviata a Fides, l’incidente si è verificato alle 9 del mattino del 22 marzo. Solo 41 persone sono sopravvissute, compreso il comandare e l’intero equipaggio (tutti ugandesi) e qualche rifugiato. La società civile del Nord Kivu chiede al governo congolese un’inchiesta indipendente per accertare le circostanze della tragedia. (L.M.) (Agenzia Fides 24/3/2014)
Quando i rifugiati hanno appreso la notizia che l’esercito congolese aveva liberato i loro villaggi dalla presenza dei ribelli ugandesi dell’ADF-NALU, hanno chiesto di rientrare nella RDC.
Due imbarcazioni motorizzate erano state messe a loro disposizione per attraversare il Lago Alberto. La prima ha effettuato la traversata senza problemi, mentre la seconda, con 292 persone a bordo, è affondata nel mezzo del lago. Secondo la nota inviata a Fides, l’incidente si è verificato alle 9 del mattino del 22 marzo. Solo 41 persone sono sopravvissute, compreso il comandare e l’intero equipaggio (tutti ugandesi) e qualche rifugiato. La società civile del Nord Kivu chiede al governo congolese un’inchiesta indipendente per accertare le circostanze della tragedia. (L.M.) (Agenzia Fides 24/3/2014)
domenica 23 marzo 2014
Ogni Comune dell’Unione può recedere unilateralmente dall’Unione
Torviscosa-San Giorgio: addio unione
giovedì 20 marzo 2014
mercoledì 19 marzo 2014
domenica 9 marzo 2014
mercoledì 5 marzo 2014
ASIA/SIRIA - L'Arcivescovo armeno cattolico di Aleppo: in Quaresima preghiere e digiuni per chiedere il dono della pace
Aleppo (Agenzia Fides) – In Siria le Chiese di rito orientale sono già entrate nella Quaresima, il tempo liturgico durante il quale il cristiano si dispone, con un cammino di conversione, a vivere in pienezza il mistero della resurrezione di Cristo nella sua memoria annuale. Per il terzo anno consecutivo, l'inizio della Quaresima viene vissuto dai cristiani siriani in un Paese dilaniato dalla guerra civile. “nelle nostre parrocchie” riferisce all'Agenzia Fides L'Arcivescovo armeno cattolico di Aleppo Boutros Marayati “abbiamo celebrato l'inizio della Quaresima già nel pomeriggio di domenica scorsa. I fedeli sono venuti in gran numero e la partecipazione è stata intensa. Quest'anno intensificheremo le occasioni di preghiera, penitenza e digiuno per chiedere con più forza che il cammino verso la resurrezione di Cristo sia benedetto dal dono della pace”.
Nella parte centrale di Aleppo – conferma a Fides l'Arcivescovo Marayati – la situazione è di stallo apparente. Ma anche nella giornata del 3 marzo un colpo di mortaio caduto vicino a una scuola nel quartiere di al-Khadilieh ha provocato la morte di un bambino e di un adulto. Mentre in una località periferica precedentemente controllata dai miliziani dello Stato Islamico dell'Iraq e del Levante (ISIL, gruppo della rete di al-Qaida) gli attivisti di altre fazioni anti-Assad hanno rinvenuto una fossa comune con almeno sei cadaveri. Di recente i miliziani dell'ISIL hanno abbandonato alcune località della regione di Aleppo in seguito all'offensiva di altri gruppi armati d'insorti siriani. (GV) (Agenzia Fides 4/3/2014).
Nella parte centrale di Aleppo – conferma a Fides l'Arcivescovo Marayati – la situazione è di stallo apparente. Ma anche nella giornata del 3 marzo un colpo di mortaio caduto vicino a una scuola nel quartiere di al-Khadilieh ha provocato la morte di un bambino e di un adulto. Mentre in una località periferica precedentemente controllata dai miliziani dello Stato Islamico dell'Iraq e del Levante (ISIL, gruppo della rete di al-Qaida) gli attivisti di altre fazioni anti-Assad hanno rinvenuto una fossa comune con almeno sei cadaveri. Di recente i miliziani dell'ISIL hanno abbandonato alcune località della regione di Aleppo in seguito all'offensiva di altri gruppi armati d'insorti siriani. (GV) (Agenzia Fides 4/3/2014).
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martedì 4 marzo 2014
lunedì 3 marzo 2014
Eliminare l'esenzione dal servizio militare dei membri delle scuole rabbiniche
ASIA/ISRAELE - Gli ebrei ultraortodossi protestano contro il progetto di legge sulla leva obbligatoria
Gerusalemme (Agenzia Fides) – Centinaia di migliaia di ebrei ultra-ortodossi hanno paralizzato interi quartieri di Gerusalemme nella giornata di domenica 2 marzo per pregare e protestare contro il progetto di legge che minaccia di eliminare l'esenzione dal servizio militare di cui godono tutti gli studiosi e gli affiliati alle scuole rabbiniche. I manifestanti hanno esposto cartelli in cui tra l'altro chiedevano l'intervento dell'Unione europea per “difendere la libertà di religione in Israele”, rivendicando con forza che la scelta di religiosa di dedicare la vita allo studio della Torah e del Talmud è incompatibile con il coinvolgimento nelle attività militari.
Fin dalla nascita dello Stato ebraico, gli Haredim (ebrei ultraortodossi) sono stati affrancati dall'impegnativo servizio militare che devono prestare tutti i giovani d'Israele al raggiungimento della maggiore età. Con l'attuale governo, non condizionato dalla pressione dei partiti ultra-ortodossi, si è fatto strada in parlamento un disegno di legge – sostenuto dal Comitato speciale della Knesset per l’“equa ripartizione del carico militare” - che potrebbe essere approvato nelle prossime settimane e prevede l'arruolamento semi-universale obbligatorio anche per tutti i giovani haredim oltre i diciassette anni a partire dal 2017.
La questione – fanno notare gli analisti – è strettamente connessa con le dinamiche demografiche e economiche che pesano sul futuro di Israele. Gli Haredim costituiscono un gruppo in forte crescita e appartengono alle fasce più povere della popolazione israeliana. Secondo previsioni demografiche dell’Ufficio centrale di statistica (Cbs) e del Taub Centre, fra trent'anni il 78% dei bambini iscritti nelle scuole primarie apparterranno ai due gruppi esonerati dalla leva, cioè gli ebrei ultra-ortodossi e gli arabi. Queste tendenze demografiche spiegano anche le recenti iniziative e proposte per aprire le porte dell'esercito israeliano anche ai cittadini arabi cristiani d'Israele. (GV) (Agenzia Fides 3/3/2014).
Fin dalla nascita dello Stato ebraico, gli Haredim (ebrei ultraortodossi) sono stati affrancati dall'impegnativo servizio militare che devono prestare tutti i giovani d'Israele al raggiungimento della maggiore età. Con l'attuale governo, non condizionato dalla pressione dei partiti ultra-ortodossi, si è fatto strada in parlamento un disegno di legge – sostenuto dal Comitato speciale della Knesset per l’“equa ripartizione del carico militare” - che potrebbe essere approvato nelle prossime settimane e prevede l'arruolamento semi-universale obbligatorio anche per tutti i giovani haredim oltre i diciassette anni a partire dal 2017.
La questione – fanno notare gli analisti – è strettamente connessa con le dinamiche demografiche e economiche che pesano sul futuro di Israele. Gli Haredim costituiscono un gruppo in forte crescita e appartengono alle fasce più povere della popolazione israeliana. Secondo previsioni demografiche dell’Ufficio centrale di statistica (Cbs) e del Taub Centre, fra trent'anni il 78% dei bambini iscritti nelle scuole primarie apparterranno ai due gruppi esonerati dalla leva, cioè gli ebrei ultra-ortodossi e gli arabi. Queste tendenze demografiche spiegano anche le recenti iniziative e proposte per aprire le porte dell'esercito israeliano anche ai cittadini arabi cristiani d'Israele. (GV) (Agenzia Fides 3/3/2014).
Carisio Sguazzin
San Giorgio di Nogaro, addio all’imprenditore Carisio Sguazzin
Aveva 82 anni, con la sua azienda è stato uno dei protagonisti della crescita industriale della Bassa friulana
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